We’re Only In It For The Money

Dov’è la mia cara musa? E lei, lei è andata via. Non mi parla più, non mi schiude più i suoi lamenti e le perturbazioni del suo occhio celeste. E lui, il nuovo poeta che hai prescelto – un magnate americano dell’industria discografica – ti ha evocato a sé prima con succulenti doni, con oli, incensi e profumi. E poi, quando era sicuro di averti accarezzato con la sua sagacia da mendicante, ti ha legato e seviziato, poi ti ha venduto al mercato del paese. Belle poesie? Volete comprare belle poesie? Il poeta nuovo è un rapper, un artista hip-hop, che ti ha costretto a un canto uniforme, sfiorito, sfibrato e sventrato. Un canto che è una sterile stereofonia in una vibrante cacofonia, che avvilisce la poesia e l’arte in un oblio più lungo che venticinque secoli. Caro poeta nuovo, se gli uomini primitivi ti avessero ascoltato, ti avrebbero preso a sassate per il tuo primitivismo musicale.

Cara Musa mia, il tuo bel canto con trilli striduli e stridenti è progressivamente calato, fino a quando le tue povere corde vocali, ormai seviziate, sono diventate mute. L’amore che provo per te nella mente mi ricorda ancora tristemente del tuo sterile e stereofonico vibrare di vibrafono, che si ribellava invano al tuo carnefice. Il poeta nuovo, oltre che soldi, è sempre più avido d’ignoranza, come se non ne avesse già abbastanza.

O quanto corto è il dire, quanto è fioco il mio parlare rispetto alla triste impressione che ebbi della tua visione, che, ora quasi obliata, ippica corre nell’ippocampo della mia sterile dialettica. Ora, ora che sei muta, mia sanguinosa musa, che cosa dire? Ormai che procuba dormi nella nella notte poco mistica della nuova umanità, forse dall’amore, dalle gioie e dalle tristezze dell’arte dovrei nascondermi? Me ne vado, prigioniero del tuo amore, non so dove. E da solo, con il tuo ricordo, prigioniero della mia sterile frenesia, prendo a brandelli la parola, che nel suo segreto schiudersi dà voce al mio pianto per la tua scomparsa.

Io non ho più nulla da offrire ma molto da soffrire. Il mio canto non ricorda nient’altro che le ultime tue parole, cara Musa, avvolte in una sterile stereofonia, che risuona metalliche strida. Dal momento che nessuno vorrà lamentare meglio di me la tua scomparsa, perché è troppo impegnato nei suoi vani commerci, imbratto il mio canto di un arcobaleno di mille colori. Mille colori caleidoscopici, frenetici e pungenti, che neanche riescono a svegliarmi dall’incubo della vita.

Marco Di Caprio

Electric Funeral (Reprise) bis [2020]

«Ancor ne li occhi, ond’escon le faville 

che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso, 

guarderei presso e fiso, 

per vendicar lo fuggir che mi face; 

e poi le renderei con amor pace.» 

(Dante, Così nel mio parlar voglio essere aspro

Una casa avvolta nel buio. Mi giro e vago per questi corridoi. Aria fresca sfiora la stanza livida di umori grigiastri. Aria fresca che ammuffisce tra funghi pluricellulari. Una luce di pollini sospesi nell’aria in una lunghezza d’onda tra i 790 e 430 Hertz di frequenza. Rodospina sospesa nella pena capitale della mia triste dialettica. 

Ora ti chiedo? Che cosa sei per me, mio caro nonno K.? Sei forse la camera in cui giacqui nella dolcezza dei miei tristi sogni? Sei forse la camera della mia frenesia che vaga nell’immersione di uno psichedelico tremore? Sei forse la camera in cui siedo al buio, la camera che risuona di sprezzanti disarmonie. La mia magione è un viluppo di colori compulsivi e corroboranti della dialettica del mio triste spirito. 

La luce fendente di una luna gelida trapassa con i suoi spiragli il salotto dove insieme giacemmo nell’illusione della nostra felice esistenza. Caro nonno, credimi, credimi, mi vorrei rifugiare tra le tue braccia, ma stasera, stasera mi sento così solo quasi da sentirmi in compagnia del nulla. Sono in cerca di una camera in cui di rifugiarmi dai mille spettri della mia solitudine, mille spettri che mi inseguono e mi chiedono conforto, mi cercano e mi chiedono di fargli compagnia. Ecco, ora vedo fulmini! Fulmini di accecante bagliore, che abbagliano il mio delirio, tremante di un sincopato olocausto che vibra nella mia mente piangente. 

Dov’è la mia cara Musa? E lei, lei è andata via. Non mi parla più, non mi schiude più i suoi lamenti e le perturbazioni del suo occhio, che incurvato mi deride. E lui, il nuovo poeta che hai prescelto – un magnate americano dell’industria discografica – ti ha evocato a sé prima con succulenti doni, con oli, incensi e profumi. E poi, quando era sicuro di averti accarezzato con la sua sagacia da mendicante, ti ha legato e seviziato, poi ti ha venduto al mercato del paese. Belle poesie? Volete comprare belle poesie? Il poeta nuovo ti ha costretto a un canto uniforme, sfiorito, sfibrato e sventrato. Un canto che era una sterile stereofonia in una vibrante cacofonia, che avvilisce la poesia e l’arte in un oblio più lungo che venticinque secoli. Il tuo canto con trilli striduli e stridenti è progressivamente calato, fino a quando le tue povere corde vocali, ormai seviziate, sono diventate mute. Cara Musa mia, l’amore che provo per te nella mente mi ragiona ancora tristemente del tuo sterile e stereofonico vibrare di vibrafono.  

O quanto corto è il dire, quanto è fioco il mio parlare rispetto alla triste impressione che ebbi di quella visione, che, ora quasi obliata, ippica corre nell’ippocampo della mia sterile dialettica. Ora, ora che sei muta, mia sanguinosa Musa, che cosa dire? Ormai che procuba dormi nella nella notte poco mistica dell’umanità, forse dall’amore e dalla gioia dovrei ritrarmi e dal momento che sono morto come morto ti dovrei rispondere? Me ne vado, prigioniero d’amore, non so dove, anzi, prigioniero della mia sterile frenesia, prendo a brandelli la parola, che nel suo segreto schiudersi viaggia verso la passione dei miei deliri. 

Io non ho più nulla da offrire ma molto da soffrire. Il mio canto non ricorda nient’altro che le ultime tue parole, cara Musa, avvolte in una sterile stereofonia, che risuona metalliche strida. Strida che avviliscono la poesia e l’arte, durante l’oblio dei nostri secoli, all’interno di un segreto che si schiude in una vana litania. Mille colori, mille colori, che si invertono e investono immagini sfocate così pungenti che potrebbero svegliarmi dall’incubo della vita. 

Ora nonno, parlami, nonno, dove sei? Un appiglio, una boa, una qualunque risposta. No, litania che non ha mai fine, litania che corre e mi guarda con occhi ormai consunti da lacrime che non hanno più vigore. Lacrime che seccano prima di ritornare a risplendere negli effluvi più sinceri e più liberi dei miei occhi. Il dolore è ormai cristallizzato in urli peripatetici, patetici e così striduli, che nel rifrangersi dei suoi infrasuoni non odo nient’altro che silenzio. Il silenzio che sento non era nient’altro se non la sommessa e soffocante tua richiesta di dialogo. Io ti guardavo, sì, con le lacrime agli occhi. I tuoi occhi pallidi e singhiozzanti della tua preoccupazione, i tuoi occhi così simili ai miei, che come uno specchio mi hanno avvolto, perché da quando mirai nei tuoi occhi non più mio fui, ma fui di qualcun altro. Specchio, specchio, da quando ti miro nella camera della mia mente, mi hanno ucciso i sospiri dal profondo. Io mi allontano, e correndo, tu mi insegui. 

«M., che cosa c’è? Che cosa ti succede?» 

«Non voglio che te ne vai, non voglio» ti ripetevo, quasi singhiozzante. 

«Non ti preoccupare, il nonno, il nonno campa parecchio, se tu lo vorrai far campare. Sai, M., in questa tua autocommiserazione stai affondando e affondando sempre di più nel senso della vita. In una vita che fluisce come un torrente impetuoso, che tutto travolge e nulla lascia dietro di sé. Non affondare, non affondare e rimani qui, rimani qui ad ascoltare le vibrazioni della vera bellezza con me.»

«Io non capisco, sto diventando sempre più chiuso, serrato in un incubo, in una notte che perpetua fluisce nell’attesa di un mio risveglio. Lo so che, fin quando non finirà la terribile notte della vita, io sarò destinato a essere sballottato sempre di qua e di là.» 

«Siamo tutti sballottati, ma dobbiamo lottare. Ascolta la Natura, ascolta i dolci canti che ispira in questa serata. Quando Amore mi spira, io annoto e a quel modo che detta io ti parlo. Non c’è nulla, nulla che possa alleviare questi tempi oscuri, se non la Natura. Ascolta la beatitudine di quest’attimo, ascolta la pace di quest’istante, ascolta la bellezza che tocca il tuo corpo con la mia mente. La Natura, la Natura mi dice che non devi più fuggire e non devi più nasconderti da te stesso. La Natura mi dice che devi lottare nella beatitudine della sua eterna pulsione di vita.» 

«La mia volontà è debole, nonno. Come sconfiggere, come sconfiggere lo spirito del tempo, che ha spezzato l’arte sotto il suo giogo. Come sconfiggere lo spirito del tempo, che tutto spezza e niente sottrae alla forza centripeta del suo vortice?» 

«Non parlare, non parlare e resta in ascolto. Non cercare nulla al di fuori di te stesso, non aspettarti che gli altri ti guardino ma prova a guardare, a guardare nella tua essenza. Quel ruscello da te immaginato, quelle piante che a margine ti accarezzano in quella foresta acquattata dietro a quella montagna. Non le vedi quelle piante? Non rinunciare, non rinunciare alla libertà della vera bellezza. Non importa se lo spirito del tempo ti ha serrato ogni opportunità, perché là c’è, là c’è la più bella ninfa che si possa desiderare, immersa nella sua nudità, immersa nella sua bella nudità, pronta a cantare e a risuonare del canto che le ho insegnato. Non deturparla con i liquami e i rottami dello spirito del tempo.

Non chiudere la tua mente. Non dividere gli emisferi della tua mente come quelli di un cieco o di un sordo, che non possono o non vogliono più sentire. Non ti perdere in frammenti e in scaglie di caleidoscopici vortici, inabissati tra carta straccia, dadi, numeri e cabale babilonesi. Non ti perdere nel fetido vortice che ha il nome di Commercio, perché questo nome intinge i suoi responsi dal sangue delle nazioni e delle genti. Non ti perdere in vane speculazioni, che avvolgono e riavvolgono noi automi in servi di un ritmo ossessivo, che ci fa omologare, mercificare e liquefare il nostro soave incubo della vita. 

Caro M., io ho vissuto, e ho vissuto tutti gli attimi, gli amori, i dolori, le notti più buie e più lucenti, ma ho vissuto e l’ho fatto a modo mio, ascoltando la levigata voce della Natura, che mi chiedeva di abbracciarla, di accarezzarla, di rimanere abbandonato tra le sue braccia. Mai più ho vissuto come quando ho esultato amandoti, e ricordati per amor mio di non essere succube dei padri padroni e di nessun totem che possa uccidere i tuoi istinti.» 

«Come potrò spegnere tutte le passioni, tutti i dialoghi, tutte le risposte che mi mancano, ora che la tua visione sta per svanire? In questa notte oscura mi sento, mi sento che non c’è modo per dirti addio. Lo so che molti amori prima di noi hanno sofferto la stessa lontananza, e lo stesso ancora stanno implorando conforto. Ancora mi ricordo, ancora mi ricordo di quando esperivo frenetico un male oscuro che mi avvinghiava con le sue unghie. Mentre eravamo insieme, distesi sul letto, tu mi guardavi assonnato, con il tuo occhio socchiuso, e mi confortavi. I tuoi capelli sul cuscino come pietre d’oro dormienti, sì, ancora li vedo. 

Dopo che la tua vita si è spenta, la natura ha temuto di morire, ma la foresta, gli alberi e il bosco ancora cantano lievi e dolci sinfonie nel tuo ricordo. Dopo che ho visto il tuo occhio spegnersi nel terrore della distanza, ho capito che non c’è modo di dirti addio. E ora vago nel tempo. E ora vago in un tempo sospeso che dissolve i miei sospiri al vento. Quando cammino, appena giro l’angolo so che non ci sarà il tuo viso. Però i miei passi, i miei passi rimangono ancora nella speranza di ritrovarti lì, da qualche parte, ancora ad aspettare il mio sorriso». 

Mi manca una certa naturalezza. Mi sono voluto divincolare dall’autorità patriarcale, che è il totem della mia castrazione. Forse è per questo che non ho seguito i tuoi consigli? Chissà. Ma non posso seguirli tutti: la dissidenza con te è la frattura utile alla crescita e alla separazione dal tuo grembo, che per me era materno più che paterno. Ma c’è, c’è un dissidio che stride nella mia mente: non è neanche possibile rinnegare le proprie origini; non è neanche possibile vivere, dimenticando la propria essenza e il proprio spirito: la mia umanità non può rinnegare la bellezza dell’arte e della musica, di cui risuonano i secoli passati. La mia umanità non può rinnegare se stessa, altrimenti è destinata al suicidio. 

Ora voglio una pasticca, e un’altra ancora. Paroxetina, nicotina e benzodiazepine nel benzene disio di sognare la frenesia del mio estraneo deperire: ne voglio di più, ancora altre, ecco, amor che nella mente ancor ragiona di questi demoni della vera libertà, che conducono laddove la vita è migliore, più limpida e più pura. Prendiamole tutte perché amo la vita, perché non vedo l’ora di colorare la mia illusione che i colori esistano davvero. 

In una frenetica riduzione che tutto annichilisce, avverto ora un nuovo fenomeno: scomposizione e semplificazione di numeri che battono ali e spirito in una diade che scarnifica la loro semantica. Avverto ora la scomposizione di note dal vortice frenetico di un sintetizzatore elettronico. Un sintetizzatore che sintetizza note e proteine fino a staccarle dalle floride catene di amminoacidi che furono. Avverto ora la frenesia di immagini che fluttuano veloci in una macchina da stampa. Avverto ora ghiandole, che inibiscono noradrenalina, serotonina, dopamina, ossitocina avvolte nell’ossessiva e ossequiosa ricerca di neurotrasmettitori da scomporre e fagocitare. Avverto ora un padrone che nella sua iperattività dei profitti mercifica e scarnifica il servo nell’impossibilità di immaginare un mondo libero. Avverto ora una rivoluzione che riavvolge e riarde pianeti attorno a un asse inclinato rispetto al piano dell’eclittica. Avverto ora una rivoluzione di pianeti che avviluppano frammenti e detriti verso uno spento nodo senoatriale. Il nodo senoatriale di un cuore che di impulsi elettrochimici non pulsa più. 

Ora voglio un’altra pasticca di antidepressivi, e un’altra ancora. Oh, io lasso, ora che muovo tutti i prieghi verso Elicona, perché Cirra risponda, affinché la fine della vita sia per me un intermezzo tra i paradisi artificiali del mio animo. Sto per trapassare e forse nell’aldilà c’è troppa, troppa dopamina e ossitocina, troppa felicità e troppa luce, troppa virtù nel tessere le lodi di gioia e amore, troppa virtù, troppa scienza d’amore; fenomeni che non appartengono alla mia natura. Ecco l’aldilà. Ecco una rosa fresca aulentissima, la rosa della poesia lirica, che introversa l’inverosimile visione di una bella melodia. Una dolce melodia nella mia stridente attesa della mia fine e della mia frenesia. Intanto, infrarossi e ultrasuoni di un sogno obliato. Un sogno obliato, che, sul fondo dell’oceano, una città sommersa nell’oblio della notte. O dolce Musa dagli occhi bluastri, rimani con me e canta gli ultimi suoni senza verbo nel mio pingue e pallido ultimo trapassare.

Medicine Bottle (2021)

Ancor ne li occhi, ond’escon le faville 
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso, 
guarderei presso e fiso, 
per vendicar lo fuggir che mi face; 
e poi le renderei con amor pace. 

Dante, Così nel mio parlare voglio essere aspro

Paroxetina, nicotina e benzodiazepine nel benzene disio di sognare la frenesia del mio estraneo deperire. Ecco, quei demoni della vera libertà mi conducono laddove la vita è migliore, più limpida e più pura. Voglio una vita più vera; perché non vedo l’ora di colorare la mia illusione che i colori esistano davvero. 

In una frenetica riduzione che tutto annichilisce, avverto l’impossibilità di trovare una sintesi tra le tendenze opposte della vita. Avverto scomposizione e semplificazione di numeri, che battono ali e spirito in una diade, che scarnifica la loro semantica. Avverto ora la scomposizione di note musicali nel vortice frenetico di un sintetizzatore elettronico. Avverto ora un sintetizzatore, che sintetizza note e proteine fino a staccarle dalle floride catene di amminoacidi che furono. Avverto ora la frenesia di specchiate immagini, talvolta allungate, talvolta rotonde, talvolta aguzze, che fluttuano veloci in una macchina da stampa. Avverto ora ghiandole, che inibiscono i miei neurotrasmettitori nell’atto di scomporli e fagocitarli. Avverto ora una rivoluzione di pianeti, che avviluppano frammenti e detriti verso uno spento nodo senoatriale. Il nodo senoatriale del mio cuore, che di impulsi elettrochimici non pulsa più. 

Muovo tutte le mie preghiere, affinché la fine della vita sia per me un breve intermezzo tra i miei artifici. Sto per trapassare e forse nell’aldilà c’è troppa, troppa dopamina e ossitocina, troppa felicità e troppa luce, troppa unità tra gli elementi chimici della natura; fenomeni che forse non appartengono alla natura umana.

Ecco l’aldilà. Ecco la vera vita. Ecco una rosa fresca aulentissima: la rosa della poesia lirica, che introversa l’inverosimile visione di una bella melodia. Una dolce melodia nella stridente attesa della mia frenetica fine. Intanto, infrarossi e ultrasuoni di un sogno obliato. Un sogno, che, sul fondo dell’oceano, una città sommersa nell’oblio della notte. O dolce musa dagli occhi bluastri, rimani con me e canta gli ultimi suoni senza verbo nel mio pingue e pallido ultimo trapassare.

Electric Funeral Reprise (2021)

Una casa avvolta nel buio. Mi giro e vago per questi corridoi. Aria fresca sfiora la stanza livida di umori grigiastri. Aria fresca ammuffisce tra pollini sospesi nel vuoto e funghi pluricellulari. La rodospina dei miei occhi è sospesa nella visione funerea della mia triste dialettica.

Ora ti chiedo? Che cosa sei per me, mio caro nonno F.? Sei forse la camera in cui giacqui nella dolcezza dei miei tristi sogni? Sei forse la camera della mia frenesia, che vaga nell’immersione di uno psichedelico tremore? Sei forse la camera in cui siedo al buio; la camera che risuona di sprezzanti disarmonie? La magione della mia arte opaca è, in verità, un viluppo di colori compulsivi nella dialettica del mio triste spirito. 

La luce fendente di una luna gelida trapassa con i suoi spiragli il salotto dove insieme giacemmo nell’illusione della nostra breve esistenza. Caro nonno, credimi, credimi, mi vorrei rifugiare tra le tue braccia, ma stasera, stasera mi sento così solo quasi da sentirmi in compagnia del nulla. Sono in cerca di una camera, in cui di rifugiarmi dai mille spettri della mia solitudine; mille spettri, che mi inseguono e mi chiedono conforto, mi cercano e mi chiedono di fargli compagnia; mille spettri di accecante bagliore, che abbagliano il mio delirio, tremante di un sincopato olocausto, che vibra nella mia mente piangente. 

Ora nonno, parlami, nonno, dove sei? Non riesco a piangere. I miei occhi sono ormai consunti da lacrime, che non hanno più vigore. Lacrime, che seccano prima di poter splendere nei miei occhi. La musica del dolore è così stridula, che, nel rifrangersi dei suoi infrasuoni, non odo nient’altro che frastuoni.

Tanto tempo fa sapevo piangere e il mio pianto disegnava una musica così bella, che avrei voluto riposare in eterno nella sua bellezza. Io ti guardavo, sì, con le lacrime agli occhi. I tuoi occhi pallidi e singhiozzanti della tua preoccupazione. I tuoi occhi così simili ai miei, che in uno specchio mi hanno avvolto. Io mi allontano da te e tu, persistente, mi segui ovunque.

«M., che cosa c’è? Che cosa ti succede?» 

«Ho sbagliato a ignorarti. Ho sbagliato. Non voglio che te ne vai, non voglio» ti ripetevo, quasi singhiozzante. 

«Non ti preoccupare, il nonno, il nonno campa parecchio, se tu lo vorrai far campare. Sai, M., in questa tua autocommiserazione stai affondando e affondando sempre di più nel nonsenso della vita. In una vita che fluisce come un torrente impetuoso, che tutto travolge e nulla lascia dietro di sé. Non affondare, non affondare e rimani qui, rimani qui ad ascoltare le vibrazioni della vera bellezza con me.»

«Io non capisco, sto diventando sempre più chiuso, serrato in un incubo, in una notte, che perpetua fluisce nell’attesa di un mio risveglio. Lo so che, fin quando non finirà la terribile notte della vita, io sarò destinato a essere sballottato sempre di qua e di là.» 

«Siamo tutti sballottati, ma dobbiamo resistere. Ascolta la Natura, ascolta i dolci canti che ispira in questa serata. Non c’è nulla, nulla che possa alleviare questi tempi oscuri, se non l’amore per la Natura. Ascolta la beatitudine di quest’attimo; ascolta la pace di quest’istante; ascolta la sua bellezza, che tocca il tuo corpo con la mia mente. La Natura, la Natura mi dice che devi lottare nella beatitudine della sua eterna pulsione di vita.» 

«La mia volontà è debole, nonno. La Natura è diventata elettrica: fili e cavi di plastica che mi avvolgono in spirali di rame e ruggine. Come sconfiggere, come sconfiggere lo spirito del tempo, che ha spezzato l’arte sotto il suo giogo? Come sconfiggere lo spirito del tempo, che tutto spezza e niente sottrae alla forza centripeta del suo vortice infernale?» 

«Anche l’elettricità è un fenomeno naturale. Se solo tu potessi farla parlare nella sua vera essenza di ambra e ambrosia. Non parlare più, non parlare più e resta in ascolto. Non cercare più nulla di artificioso e innovativo al di fuori di te stesso, ma rinnova te stesso. Fai parlare gli elementi della natura, che in te stesso fremono nell’attesa di abbracciarti. Non rinunciare, non rinunciare alla libertà della vera bellezza. Non importa se lo spirito del tempo ti ha serrato ogni opportunità di farti ascoltare, perché là c’è, là c’è la più bella ninfa che si possa desiderare, immersa nella sua nudità, immersa nella sua bella nudità, pronta a cantare e a risuonare del canto che le ho insegnato. Non deturparla con i liquami e i rottami dello spirito del tempo.

Non chiudere la tua mente. Non spezzare la tradizione, che ha avvicinato la minuta umanità alla divina eternità. Non dividere gli emisferi della tua mente, come quelli di un cieco o di un sordo, che non possono o non vogliono più sentire. Non ti perdere in frammenti e in scaglie di caleidoscopici vortici, inabissati tra carta straccia, dadi, numeri e cabale babilonesi. Non ti perdere in vani artifici, che al posto della luce del sole disegnano gemme pallide e languide. Non ti perdere in vani artifici, pensando di dover distinguerti per forza dai tuoi avi e dai tuoi maggiori.

Non ti perdere, inoltre, nel fetido vortice che ha il nome di Commercio, perché questo nome intinge i suoi responsi dal sangue delle nazioni e delle genti. Non ti perdere in vane speculazioni, che avvolgono e riavvolgono quegli automi, poco umani, in servi di un ritmo ossessivo, che fa loro omologare, mercificare e liquefare il soave incubo della vita. Quella è la vera omologazione. L’arte non può e non deve essere omologata. L’arte, quella annota le sue dolci note nell’armonia degli elementi, è sempre molteplice nelle sue espressioni, ma unica nel tendere all’essenza della bellezza.

Caro M., io ho vissuto, e ho vissuto tutti gli attimi, gli amori, i dolori, le notti più buie e più lucenti, ma ho vissuto e l’ho fatto a modo mio, ascoltando la levigata voce della Natura, che mi chiedeva di abbracciarla, di accarezzarla, di rimanere abbandonato tra le sue braccia. Mai più ho vissuto come quando ho esultato amandoti, e ricordati per amor mio di non essere succube dei padri padroni e di nessun totem, che possa uccidere i tuoi veri istinti.» 

«Mi manca una certa naturalezza. Mi sono voluto divincolare dall’autorità patriarcale, che è il totem della mia castrazione. Forse è per questo che non ho seguito i tuoi consigli? Chissà. Ma non potevo seguirli tutti: la dissidenza con te era la frattura utile alla crescita e alla separazione dal tuo grembo, che per me era materno più che paterno. Ma c’è, c’è ancora un dissidio che stride nella mia mente: non è neanche possibile rinnegare le proprie origini; non è neanche possibile vivere, dimenticando la propria essenza e il proprio spirito: la mia umanità non può rinnegare la bellezza dell’arte e della musica, di cui risuonano i secoli passati. La mia umanità non può rinnegare se stessa, altrimenti è destinata al suicidio.

Come potrò spegnere tutti i dialoghi e tutte le risposte che mi mancano, ora che la tua visione sta per svanire? In questa notte oscura mi sento, mi sento che non c’è modo per dirti addio. Lo so che molti amori prima di noi hanno sofferto la stessa lontananza, e lo stesso ancora stanno implorando conforto e vendetta.
Dopo che la tua vita si è spenta, la Natura ha temuto di morire, ma la foresta, gli alberi e il bosco ancora cantano lievi e dolci sinfonie nel tuo ricordo. E la tua essenza vivrà per sempre.

Purtroppo, da quando si sono spenti il tuoi begli occhi all’ombra dei miei lamenti, ho capito che il tempo è irreversibile. E ora vago in un tempo e in un ritmo metallici, che dissolvono i miei sospiri nell’eternità del vento. Quando cammino, appena giro l’angolo so che non ci sarà il tuo viso. Però i miei passi sperano ancora di ritrovarti lì, da qualche parte. I miei passi sono il ritmo per la musica del tuo viso, incastonata tra le tue belle guance.

 E ora rimango in silenzio ad ascoltare, in tuo onore, l’ultima melodia della Musa che mi ha lasciato in eredità. Una Musa, che, prima di sparire, ci ha lasciato un’ultima bella melodia, singhiozzante per la nostra perduta umanità.» 

Marco Di Caprio

Arrivando da qualche parte ma non qui [2020]

Il processing di delay del dolore bringa stringhe di stringenti strida

Marco Di Caprio

La mia mente sconvolta dal dolore è l’interruzione di un segnale tra spastici grovigli di suoni psichedelici. Raffinato pastiche di domande sussurrate in assenza di atmosfera. 

Me barcollante tra grovigli di luci multicolori a intermittenza: illusioni nell’inesistenza di colori e di suoni. Le onde elettromagnetiche del caos attivano sensori, sentiti sonoramente nel sentiero di una vana ricerca sincopata, simpatetica, simpatica. Sistema simpatico, apatico, simpatetico, patetico. 

La mia mente sconvolta dal dolore è reclusa tra i poli opposti di un’eterna sfasatura, appiattita nell’illusione dell’esistenza. È armonia in fuga verso la dissonanza. È una contrappuntistica chiusura in una lacerante antinomia di parole oscure: chiuso e aperto; alto e basso; vicino e lontano; tesi e antitesi, ma non sintesi. È un sintetico fluire tra sussultanti rivolgimenti. 

Me misero, bramo solo una goccia d’acqua; me misero, interrogo sfasature tra gli opposti transistor della mia mente, in un sussulto tra scosse elettromagnetiche. Me misero, interrogo scosse opposte, tra i transistor elettromagnetici della mia mente, inviluppati in un elettrico sussulto. Ascolto, sento non so che, non so dove sono, da qualche parte, ma non qui: Dio, se ci sei, aiutami. 

Involto nel vacuo di una stanza dalle pareti trasparenti, riavvolta, rotolata, raggomitolata, spasmodicamente contorta in arpeggi fluorescenti; c’è una fine tessitura contrappuntistica nel placido avviluppamento di un simulacro obliato, chiamato foglio. 

La forza dei miei legami sinaptici, sconvolti dal dolore, è svanita nella dissoluzione di onde variopinte. Percepisco ora sussulti elettromagnetici tra sinapsi appiattite in impulsi simpatetici, in apatica intermittenza. Percepisco ora una corrente alternata e continua nella disarmonia del mondo; il ritmo del coito, disiato simulacro tra le spastiche onde di un infinito fluire di magma raggrumato. Raffiche di spari sospesi sul sogno della vita. La vita, che giace sul fondo di un vano decadimento di materia, che combatte entropia. La vita, che rincorre l’inevitabile dissoluzione della materia.

Rincorro il breve sogno dell’arte in contrappunto tra sinapsi intessute in un fine assalto psicotico. Nel sole abbagliante di questa stanza, ho intravisto un’indolenza tra dolenti fremiti, nello stridio del mio celeste lamento. I miei lamenti, intravisti tra indolenti fremiti, nel sole celeste di una mattina stridente. E tra stridenti increspature scompongo immagini infinite di un eterno passato; passate immagini, nell’eterna increspatura di un gioco musicale infinito, vano, vacuo. Vanificare evanescenti vagiti in un vacuo viaggio, tra le increspature di un vortice mai finito, inviluppato tra grovigli gorgheggianti. 

Sono arrivato da qualche parte, ma non qui. Non sono qui. Sono nella mia mente. Questa non è la mia mente.

Marco Di Caprio

Scherzo Blues [2020]

Alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba

Indovinello veronese sul processo della scrittura

L’arte è una rincorsa su un prato oscurato, lo sguardo su una scia luminosa. Mi sposto e ne guardo il risvolto. L’orlo di un calice, amaro vuoto. Inghiotto i veleni della città e muovo un carnevale di luci stridenti: occhi stanchi, primati che corrono squarciati dall’anidride solforosa e dal monossido di carbonio.

Ho una libertà da straziare, ho soffio radioattivo. Una rincorsa nella foresta di travi d’acciaio e plexiglas frantumato. Luce in un prato iridescente. Carnevale di sguardi, caleidoscopio vuoto di stridii. E’ la mia mente; è qualcos’altro: è una res extensa, res intensa; homo interior, homo exterior.

L’arte è l’indefinito pallore nella freschezza dell’aria che respiro. Immagine ricorrente, frenesia dell’eterno ritorno, danza frenetica nell’indifferenza dei passanti, disfunzione dall’amigdala e disordine bipolare. Un solco nella mente che ara spine, luci verdi e un transistor. E’ un congegno ad orologeria, giocattolo dai mille usi pronto a cadere in disuso.

Continuo a correre luminoso verso un risvolto: i prati del mio foglio ora sono su un delicato frastuono, nel bianco sfavillante dei marmi. Sfavillante svanisce l’inutile rincorsa nel vuoto.

Marco Di Caprio

Electronic Sounds

Quello che penso è già stato tutto scritto o detto da altri? O forse c’è ancora altro da scoprire? C’è qualcos’altro oltre questi transistor e queste valvole, che mi inchiodano a terra, dove ramifico come un cipresso?

Ora che un ritmo industriale, quasi ancestrale, assopisce la mia vista, un impeto elettrico parla di nuovo ai miei sogni: ti sei dimenticato della natura, che aspetta di essere meglio ascoltata. Dovrai ascoltarla per bene e così come canta dovrai intonare. Poi tornerai in mezzo agli uomini e proverai a ricordare non la sua canzone, perfetta e irripetibile, ma il ricordo della sua bellezza. Ma sì.

Corro ad abbracciare la natura, ma più la guardo e più la vedo riflettere la mia immagine deforme, specchiata nei suoi occhi elettronici.

Marco Di Caprio

It’s All Too Much

«It’s all to much for me to see
A love that’s shining all around here
The more I am, the less I know
And what I do is all too much»

(The Beatles, It’s All Too Much, 1967)

Ero in un palazzo grandissimo, a tre piani, una sorta di albergo, anzi un albergo lussuoso. Una scala a spirale rivelava le vertigini di uno strano timore: perché mi sentivo così strano? Eppure poche volte nella vita avevo visto un posto così signorile e così elegante. Un led luminoso attaccato alla parete rivelava gli eventi del giorno: al primo piano si teneva il concerto di Gigione e Jo Donatello, due cantanti neomelodici molto famosi nelle zone nostre. Argomenti sessuali o religiosi in canzonette triviali e geniali nella loro ignoranza. Entro nella sala cinema del primo piano, gremita fino all’orlo: una parte della folla era seduta, ma la maggioranza era in piedi a fischiare e schiamazzare. Gigione e Jo Donatello si esibivano cantando un’ode a Santa Rita, che mi stava facendo ridere: stavo dimenticando per qualche attimo le vertigini del mio strano timore. Siccome Gigione voleva esprimere un senso di tragicità e di pathos per poter cantare degnamente il senso del divino, ora chiamava a supporto sul palco una figura in nero, un’eminenza oscura, dai lunghi capelli neri e gli occhiali da sole. Questa losca figura si faceva strada in mezzo alla folla impugnando una croce rovesciata. Oh, ma chi è? Mi sembra di conoscerlo. Quello è Ozzy Osbourne. Gigione spiegava alla folla che voleva un neomelodico a supporto, qualcuno che avesse la voce simile a quelli che a Pasqua, sui carri e sui furgoncini, cantavano le lodi della Madonna dell’Arco nei pressi di Napoli. E proprio questo musicista gli sembrava eccellere nello stile del canto religioso lamentoso e popolare tipico dei fedeli della Madonna dell’Arco. Ozzy stava cominciando a intonare a cappella una canzone dei Black Sabbath, forse N.I.B o Electric Funeral. Quando è bravo questo cantante: ascoltate quanto è sentimentale e quanto è religioso, cari amici, diceva Gigione, che, non capendo le sue parole, pensava volesse intessere le lodi alla Vergine.

Il concerto si interrompeva. Scendi dal palco, Gigione, vai via, diceva la folla. Anche tu, pagliaccio con la croce rovesciata, vai via. Un losco individuo, che si era annunciato come imprenditore e filantropo, si avvicinava al palco e indicava con un dito lo schermo in fondo: guardate qui l’ immagine della Madonna di P., esiste e l’ho filmata. Forza, gente, facciamo una colletta per la festa della Madonna di domani.

L’imprenditore, poi, era sceso tra la folla in delirio: la gente, con alcuni coltelli, cominciava a tagliarsi sulle braccia e le guardie, con delle vaschette, si avvicinavano per raccogliere il sangue. Alcuni medici in una lunga tunica bianca, come sacerdoti del male passavano nella folla per medicare le ferite. Un fremito mi assale, ma non sembro impressionato dalla crudezza di quella scena.
La Madonna proiettata sullo schermo era Iside trionfante, dalla tunica cristallina, con un iPhone in mano, mentre si faceva un selfie. Applausi, applausi intermittenti e poi ripetuti in un boato. La folla cominciava a urlare e strepitare. Io non riuscivo più a staccare gli occhi dallo schermo: non me ne sarei andato per nessuna ragione al mondo.

Io non me ne ero manco accorto, ma il mio amico James Valentino era lì accanto a me, mi fissava e mi tirava per un braccio. Faccio per salutarlo, ma lui mi strattona ancora più forte.
Questi so’ mariuoli, andiamocene. Ci vogliono far credere alle favole. Come può un uomo di scienza come te credere a queste cose?
Gigione, intanto, era sceso tra la folla. Veniva proprio verso James Valentino, l’unico perplesso in quella folla strepitante, e si avvicinava incuriosito a lui.
– Caro, sei l’unico che non applaude? Non credi alla Madonna? Te ne vuoi andare?
James non ha risposto.
– Che fate, Ve ne andate?
Gigione sporgeva il capo verso di lui per vedere se stava bene.
– Caro signor Gigione, io non me ne andrei, ma James non sopporta la religione. Penso che ce ne andiamo.
– Sei un bravo ragazzo a differenza di questo qui – mi ha detto Gigione – Cercate di rimanere. Dopo canto di nuovo.

L’immagine della Madonna, intanto, sfumava tra le onde cristalline della mia visione. Il grande schermo rivelava una pubblicità: rimanete con noi, cari telespettatori. Nella villa presentazioni di libri, eventi culturali, musica e serie TV. Rimanete con noi.
– Hai visto, James? – gli ho detto – James, possiamo pubblicizzare i nostri libri. Hai capito?
James Valentino era frastornato: i suoi occhi cerulei si stavano trasformando in un arcobaleno di luci oscure, un tripudio all’insofferenza verso la vita. Quella vita.
– James, non fare così. Ce ne andiamo se non vuoi rimanere.
Nella folla siamo stati strattonati a destra e a manca, poi ci siamo avviciniati verso l’uscita. Dei bodyguard, con la divisa dei carabinieri, ci hanno sbarrato l’ingresso.
– Possiamo uscire? – ho la voce tremante.
– Motivi di salute, lavoro o necessità? – hanno chiesto i bodyguard, indispettiti.
Ehm, voglio inventare una scusa. Ma quale scusa? In fondo è verità.
– Salute, il mio amico non si sente bene. Il mio amico è pallido.
– È stato contagiato dal virus? L’ha fatto il tampone?
– Sì, è negativo.
– Allora, aspettate. Chiamo l’ambulanza.
James stava per andare su tutte le furie, non voleva attenzioni e mi strattonava di nuovo per un braccio.
– Si figuri, lasci stare, agente. Tra poco starà meglio.
Intanto Gigione si stava avvicinando al palco, facendosi strada tra la folla, con un microfono in mano.
– Forza ragazzi, tutti a cantare in coro, o coso nun s’aiza, e mo comm aggia fa!
Uno dei carabinieri lo strattonava. Gigione ha lanciato un gemito nervoso.
– Oh, guagliò, mo è il turno nostro, no?
– No!
Un altro carabiniere gli ha detto:
– Ora basta con l’arte e la musica. Le visioni religiose non sono finite. Tra mezz’ora poi c’è il telegiornale. Se volete aspettare il vostro turno per esibirvi, voi artisti potete accamparvi sul pavimento.
Il carabiniere ha indicato alcune piattaforme rialzate che fanno da contorno alla sala. Altri artisti, musicisti, opinionisti e blogger attendevano il loro turno, seduti a terra, su asciugamani d’oro e di perle.
Un varco si è aperto tra la folla e io ho indicato a James la piattaforma con tutti gli artisti.
– Ti piacerebbe finire lì, tra quelli lì? – gli ho domandato con euforia.
– In mezzo a quei cialtroni? No. Preferisco non essere chiamato artista.
– Perché non modifichi il tuo libro, lo rendi più commerciale e provi la scalata al successo?
– Ci vogliono i soldi per pubblicizzarlo. Tu ce l’hai?
– No
– E neanche io. E poi mi direbbero di cambiare il libro per venderlo, e io non voglio.
– Vabbè, andiamo su, al secondo piano.
I carabinieri fermi all’ingresso mi hanno ascoltato, hanno aperto la porta e ora ci scortavano verso il secondo piano. Ancora quella scala a forma di spirale, ornata di tappeti e di pietre preziose. Mentre salivo, uno sguardo verso la tromba delle scale: le vertigini, ora più consistenti, fremevano attraverso il midollo spinale e diventavano spine nella rosa del mio racconto. Volevo uscire: l’atmosfera di questo palazzo, per quanto lussuoso, stava spegnendo le mie forze e stava annientando il mio respiro. Come sarebbe bello uscire. Ma vedo che qui nessuno vuole uscire. Tutti sono felici di rimanere qui, a quanto pare. Se dico agli altri che voglio uscire, mi daranno del pazzo.

Il secondo piano: una lussuosa hall con un grande bancone dove si servivano liquori di ogni tipo, ma principalmente caffè ed energy drink. Il vociare fitto di quegli spettri quasi inconsistenti, seduti ai tavolini, opportunamente distanziati l’uno dall’altro, era così pungente che la mia mente era punta da corde prima intermittenti, poi sempre più tese.
– Mi fa male la testa, James, il mio sistema nervoso centrale non risponde bene, la tensione disfa la parallasse del mio fine sentire.
– Non ti capisco, M. Ma stai parlando in codice?
– Perché?
– Caro M., dici sempre troppe parole che non portano a nulla, invece dovresti imparare a tacere ogni tanto.
Attraverso il bancone la suadente voce di una ragazza all’improvviso si spegneva e, con un accento a me familiare, strideva un acuto vibrato.
Accattatevi i biglietti ra lotteria. Domani abbìa n’ata vot u campionato. Iucatevi a bulletta.
Intanto alcuni operai, vestiti con tute da lavoro, si avvicinavano al bancone, reclamando di voler giocare la schedina. Alcuni schermi appoggiati al di sopra del bancone trasmettevano immagini porno: gli operai fissavano gli schermi, mentre bevevano, estraniati dal mondo.

Alcuni giovani, una decina circa, i cui volti erano nascosti da mascherine nere, passeggiavano nel corridoio, sfoggiando le loro camicie bianche: si passavano spesso le mani sulla testa per aggiustare i capelli rasati ai lati e ogni tanto agitavano le loro collane di falso oro per mostrarle alle ragazze sedute ai tavolini. Ai loro polsi ho scorto un braccialetto di metallo fosforescente: James mi faceva notare che quello il pass per entrare nelle aree di lavoro come operai. Ho guardato quei volti oscuri e di poche parole con molta curiosità. I ragazzi sono appoggiati a una ringhiera di vetro, che apriva un baratro al centro del piano. Appoggiati al baratro, i ragazzi incrociavano le gambe, rivestite da pantaloni aderenti, forse di velluto, molto stretti alle caviglie. Fissavano due o tre ragazze sedute ai tavolini di fronte, che erano attaccate ai loro dispositivi per farsi delle foto in pose strane: occhi chiusi e la lingua di fuori. Le femmine raramente davano un’occhiata ai maschi, ridendo, forse prendendoli in giro o forse imbarazzate. Uno dei ragazzi mostrò una ferita alla mano, che ancora grondava di sangue; forse una ferita riportata sul lavoro. O forse si era tagliato di proposito, come la gente che aveva offerto il suo sangue alla Madonna di P. nella sala cinema del primo piano. Una delle ragazze, guardandolo, si leccò le labbra in un impeto di erotica approvazione. Nessuno accennava a una parola, nessuno accennava un contatto, nessuno osava accennare a rompere la struttura di quel rituale.

– James, perché quel tipo mostra tutto quel sangue alla ragazza? – ho chiesto al mio maestro.
– È una forma di corteggiamento, caro M. In questo palazzo non ci sono soldi ma c’è solo sangue. Il sangue funziona come merce di scambio, proprio come il denaro. Forse quel tipo vuole fare vedere alla giovane di essere il più ricco e il più potente dei suoi compagni.
– Mah… questi … questi sono pazzi – ho accennato nello spasmo della nausea, che in crescendo si diffondeva dallo stomaco allo stridio dei miei nervi.

A un tratto uno dei ragazzi appoggiati alla ringhiera diceva ai compagni di fare presto perché avevano finito il turno di lavoro da troppo tempo: dovevano presentarsi giù alla sala cinema in tempo per il telegiornale.

– Ma, scusa, James? Loro possono uscire da qui? Gli operai dico?
– No, caro. Se non hanno il virus, devono rimanere qui.
– Ma dove lavorano?
– C’è un padiglione poco più avanti. Ogni mattina si svegliano, escono dal dormitorio del terzo piano e vanno a lavoro. Poi di sera escono, vanno in sala cinema e a una certa ora tornano a dormire.
– Mah, che bella vita. Quindi al terzo piano ci sono i dormitori?
– E non solo.
– Come, non solo?
James si è stretto nelle spalle.
– Perché vuoi saperlo, M.? Perché sei così masochista?
Io pregavo James di mostrarmi il terzo piano, ma lui era riluttante. Forse voleva proteggermi da un segreto che avrebbe potuto annientarmi. O forse quel segreto avrebbe potuto darmi troppa euforia da spegnere la mia voglia di fargli altre domande. Eh sì, perché, secondo me, James non lo ammetteva, ma gli piaceva farmi da maestro e darmi spiegazioni.
Abbiamo salito l’ultima rampa di scale che conduceva al terzo piano.

Urla, stridii, schiamazzi, suoni e voci prima lievi, poi rauche mi rivelavano contraddizioni di colori e di suoni, che da un lato mi ripugnavano, dall’altro mi attraevano. Quella musica così dissonante rodeva così tanto la mia coscienza che non potevo smettere di ascoltarla. Ah povero me. Un lungo corridoio con porte tutte uguali sulla sinistra e finestre tutte uguali sulla destra. Alcune figure vestite di bianco, i medici, passavano con passo inquieto e felpato verso di noi. Erano rivestiti da capo a piedi di una tuta bianca e avevano un elmetto con una visiera trasparente. Avevano delle siringhe in mano con aghi spuntati. Attraverso la vetrata dei loro sguardi un sorriso stampato sul volto. Più guardavo quel sorriso e più mi sembrava un ghigno spaventoso. Un led luminoso fendeva il soffitto e le pareti: attenzione, pericolo contagio.
– Ecco, tu mi hai chiesto che cosa c’è al terzo piano. Ecco cosa c’è.
– Ma… Ma… Allora i malati li tengono qui?
– Ah sì, ora l’hai scoperto?
I medici ci fissavano e ci intimavano di indossare le mascherine. Ci hanno chiesto come abbiamo evitato i controlli e dov’era la nostra cartella clinica. Ma non eravamo malati. James glielo ha detto. Non siamo malati. Siamo giornalisti e vogliamo testare le loro cure miracolose.
– Non si potrebbe, ma per voi faccio un’eccezione. Siete giovani e dovete capire che la profilassi è importante per evitare il virus. Stanza numero tre, seguitemi, prego.
Alcuni carabinieri sono usciti da non so dove e ora ci scortavano verso un piccolo ingresso: una porta verde con un pomo a forma di banana. Hanno inserito una scheda in un lettore LED accanto alla porta: i raggi laser a guardia dell’ingresso si sono attenuati e la porta si è aperta.

Un’altra sala cinema, ma più piccola, con un altro schermo imponente e un’altra calca: stavolta però ogni individuo era seduto a terra, contenuto da una campana di plexiglas pressurizzata. Non potevano comunicare con nessuno se non attraverso il permesso delle guardie, che aprivano i loro microfoni, se lo ritenevano opportuno, e li facevano comunicare con le altre campane. Distanziamento sociale. James mi spiegava che tutte le conversazioni venivano registrate e tenute in archivio, nel caso i pazienti avessero infranto la legge con i loro discorsi.
– Ah sì, e la privacy?
Una guardia ha sentito la mia domanda e si è avvicinata a me.
– Lei ha forse qualcosa da nascondere che non possiamo sentire?
– No, no, per carità, agente.
Speravo di allontanare la guardia con queste parole. James mi ha indicato la scena con un dito:
– Ecco, qui i pazienti trascorrono la quarantena nel distanziamento sociale più assoluto.
– Ma è terribile. E lo schermo del cinema in fondo alla sala che cosa proietta?
– Quello non è uno schermo, ma è un rivelatore di paure. A turno, ogni persona in quarantena si avvicina allo schermo. I dottori gli infilano elettrodi sul capo e lo schermo, senza esitazione, proietta le sue paure inconsce, che si materializzano come per magia.
Io rimango fermo: la bocca mi si era serrata in in terrore mortale. Provavo a digrignare la mascella e tutto d’un tratto la bocca mi si serrava in un trisma e in uno spasmo muscolare. Un grido di dolore.
– aaah
– Tieni la bocca aperta e lo spasmo va via – Mi ha detto James.
– Voglio provarlo
– Ma che dici? Lascia perdere, M. Tu sei troppo sensibile.
– Voglio provarlo.
– Sempre il solito fatto. Sempre il solito masochista.
Mi sono avvicinato al palco che ospitava il grande schermo. Il dottore che ci ha incontrati nel corridoio mi ha sbarrato il passo, e avvicinando un macchinario con degli elettrodi mi ha detto:
– Bene, ora le infiliamo questi e potrà così trasmettere le sue paure sullo schermo. Le diamo anche un sacchetto nel caso dovesse vomitare.
Io mi siedo su una sedia e aspetto. Lo schermo è nero, poi alcune spirali e alcuni vortici danno inizio alla trasmissione.
– Nel frattempo le inietterò un calmante per evitarle reazioni ben peggiori.
Sono molto vicino allo schermo e intanto lo schermo diventa trasparente: onde del mare che quasi riesco a toccare. Nella loro trasparenza si rifrangono al tocco delicato della mia mente.
Ecco subito l’immagine di un pipistrello, che appollaiato su un ramo a testa in giù ha la faccia di un cane. Apre la bocca e si lecca i baffi a destra e sinistra, senza mai fermarsi. Qualcuno avvicina una mano per accarezzarlo. Una mano? E’ la mia mano: le immagini seguono il mio punto di vista e lo sguardo del mio campo visivo. Il pipistrello mi morde, assatanato come il diavolo in persona, mostrando i suoi denti aguzzi da creatura dei più profondi inferi. Aaaah. Un’ovazione in sala: quelli in prima fila applaudivano e fischiavano, mentre altri, forse quelli in ultima fila, urlavano e si dimenavano. Poi subito dopo l’immagine di un cane a due teste: un dottore avvicina una scodella piena di latte e i cani cominciano a bere. Spunta di nuovo la mia mano, già sanguinante per la ferita inflitta dal pipistrello. Io faccio per accarezzarli, ma si avvinghiano al mio tocco e mi spellano quasi a morte. E poi, oddio, poi che vedo! Una scodella con teste crude di topi morti, sgozzati, e io riconosco di nuovo la mia mano sanguinante. Con un cucchiaio le prendo. Io con un cucchiaio prendo le teste mozze dei topi e le avvicino sempre di più all’obiettivo della telecamera. Aaaaah, nausea, spasmi, contratture muscolari. Mi accascio e vomito, ma il dottore mi dà uno schiaffo. Nel sacchetto, nel sacchetto. Prendo il sacchetto e vomito. Vorrei chiudere gli occhi, ma non ci riesco: qualcosa me lo impedisce, ma che cosa? Poi basta, poi gli dico basta.
– Me ne voglio andare, fatemi uscire, fatemi uscire!
Mi divincolo e loro con una siringa mi iniettano qualcosa, e poi ah, visione annebbiata: gli archi e e gli ostinati stridii alle tempie si attenuano, poi si spengono in un accordo legato, più tenue e sottile, sempre più lieve. Il dottore mi ha sfilato gli elettrodi.
– Mah, la sua reazione alle sue paure è un po’ troppo anormale. Forse ha contratto il virus. Dobbiamo tenerla qui per qualche accertamento.
– Qui? Accertamento? No, no, voglio uscire.
– Glielo spieghi lei, signor…
– Valentino – lo ha preceduto James, che si è subito avvicinato a me con passo felpato.
Quelli che stavano in ultima fila, mi ha spiegato James, erano i pazienti più gravi, che non accettavano di vedere scene forti e non si rassegnavano davanti alle loro paure. Poi c’erano quelli tenuti in osservazione, che erano a volte terrorizzati e a volte no, e quelli trattati con i farmaci, in via di guarigione, che amavano le immagini più violente e ripugnanti.
– Ma tu non le ami quelle immagini, vero James?
– No, ma non le disprezzo. Mi sono indifferenti.

Proprio mentre stavamo affrontando il discorso, si è sentita una sirena in lontananza, prima intermittente, poi sempre più veloce e più veloce. Pericolo, pericolo. Evacuazione. Una voce metallica diffusa attraverso gli altoparlanti della sala cinema. I medici correvano su e giù, di qua e di là per la stanza. Le guardie armate cercavano di mantenere la calma e di fermare i pazienti che, seppure sotto le campane di plexiglas, battevano colpi e chiedevano di uscire.
– Ma che succede? Che succede? – ho chiesto a James, terrorizzato.
– È in atto il meccanismo di autodistruzione dell’edificio. Ogni tanto le macchine, i computer e i dispositivi si surriscaldano troppo e rischiano di bruciare vivi gli abitanti di questo posto, che non riescono ormai a vivere senza. Il meccanismo di autodistruzione misura la temperatura dell’edificio e, se è troppo alta, innesca un conto alla rovescia. Se gli scienziati, dal loro pannello di controllo, non riescono ad abbassare in tempo la temperatura dei dispositivi e dei computer, il meccanismo fa esplodere delle testate atomiche per evitare agli abitanti una morte lenta e dolorosa a causa dei loro tanto amati dispositivi.
– Ma che stai dicendo? E dove scappano tutti?
– La gente, presa dal panico, prova a scappare, ma è inutile.
– Perché è inutile?
– Non puoi scappare. Le guardie rimangono sempre ai loro posti di blocco attorno all’edificio, anche quando l’allarme è attivo: questa è la terza volta in un mese. Chissà dove andremo a finire di questo passo.
– E allora basta, è meglio che moriamo anche noi. Deve esplodere questo posto di…
James mi ha trattenuto la bocca e mi ha strozzato le parole in gola. Dovevo stare zitto. Zitto, altrimenti se qualcuno mi sentiva poteva pensare fossi infetto ma asintomatico.

Alcuni amici di James, degli operai del secondo piano, si avvicinavano a noi: ci hanno visto passare e ci vogliono denunciare all’autorità giudiziaria per aver violato le norme di sicurezza. Ma ora erano in panico anche loro. Ci hanno preso per un braccio: ci volevano portare via di lì con loro. Ma dove?
– Toglietemi le mani di dosso, spioni – gli ho urlato io.
James ha preso uno di loro per un braccio. Forse c’era un modo per salvarsi: c’era un varco in fondo al corridoio che era usato in passato per avere rifornimenti dall’esterno. Si poteva accedere solo con una scheda di emergenza che lui aveva rubato una volta a un colonnello con l’inganno.
– Correte a salvarvi, io rimango qui.
Io pietrificato dal suo sguardo atono.
– Ma come, rimani qui? Rimani qui?
– Caro M., a differenza tua, ho smesso di credere al mito della libertà.
Gli operai mi strattonavano, mi mettevano una mano sulla bocca e mi portavano via con loro verso l’uscita di emergenza. Un lungo corridoio con alcuni varchi che sembravano nascondere una pellicola fatta di uno strano fluido rosa. Ogni volta che passavamo attraverso quei varchi, ah, ustioni, fiamme e fuoco che stridevano e avvampavano nei miei occhi. Gli operai mi tenevano per due braccia, pensando che io volessi scappare verso James Valentino. Ma io urlavo, urlavo e mi dimenavo, mi dimenavo e poi in fondo al corridoio le tenebre mi avvolgevano in un ghigno che mi richiudevano come in una bara.

Riemergo, spunto, singhiozzo e tossisco. Le immagini del mondo, prima sfocate e poi sempre più trasparenti e nitide, come il fruscio delle onde del mare. Ed ecco di nuovo la hall del palazzo, luminosa, invasa da suoni ossessivi: marcette militari, non so se nello stile della raeggeton o della trap. Suoni, che per quanto triviali mi sembravano la più geniale delle sinfonie. Ero sdraiato su una panchina nella hall, proprio sotto le scalinate a forma di spirale. Guardavo di fronte a me l’ingresso maestoso, fatto di vetri e specchi, che per quanto consunti stavano diventando iridescenti.
Una folla ballava e cantava, fusa in cerchio, accanto a me. Mi sono alzato barcollando e mi sono fatto strada tra la folla: ed ecco che il professore T., il mio professore di italiano e latino al liceo, si contorceva e si divincolava su se stesso come un folletto al centro della folla.
– Ma che sta succedendo? Che sta succedendo? – Chiedo a qualcuno.
– È lui! È lui il nostro Salvatore. Con il suo ingegno ci ha salvato la vita. Ha disinnescato il meccanismo di autodistruzione. Ora siamo salvi per sempre. Ehi, non sei contento di vivere senza più paura della morte?

Marco Di Caprio

Revolution

«We say we want a revolution!

We all want to change the world!»

(The Beatles, Revolution, 1968)

Allora, in pratica, sto al centro commerciale Jambo, però era il Jambo di qualche decennio fa, un po’ più piccolino. Incontro il mio caro amico Stotis, che sta armeggiando tra gli scaffali.
– Antò, ma che stai facendo?
– Eh, t’ sì scurdat che oggi è u compleanno ‘i Giulino?
– Ah, è vero, amma i’ a casa soja quindi?
Stotis dice che gli dobbiamo portare, per una festa tra pochi di noi, trecento euro di roba e dobbiamo dividere tra me, lui e Donato. Ma come? Trecento euro? Noi già eravamo in ristrettezze prima della quarantena; figurati ora.

Mentre ci aggiriamo per gli scaffali, mi viene in mente che domani dobbiamo andare da Donato, ma il primo maggio ci sono troppi carabinieri in giro.
– Antò, scusa, ma non è meglio che andiamo stasera da Donato e domani da Giulino? Stasera siamo più tranquilli se vogliamo andare fuori paese e sicuro non ci fermano.

Siamo in macchina, ma non è la mia: è un’auto d’epoca e stiamo percorrendo di notte un selciato solitario di campagna. Un imponente altopiano brulica all’orizzonte di tetre luci, mentre il chiarore di una sottile nebbia mi rinfresca le labbra.
Troviamo a un certo punto una strada in discesa sulla sinistra e lì parcheggio. Donato ci aspetta in mezzo alla strada.
– Wagliu, ciamma sta accort, ci stanno i Carabinieri. Restiamo qua fuori casa mia: niente giro stasera.
– Eh, Donà, stasera la situazione è tranquilla, gli dico io.

C’è anche James Valentino in macchina ma non dice niente e rimane sempre in silenzio, come se, tetro e contrariato, l’avessi forzato a evadere dai suoi amati arresti domiciliari.
Mentre parlo con Donato, la macchina scivola sempre più giù fino a toccare l’altra parcheggiata davanti. Donato mi dice che la quarantena mi ha davvero rintronato.
– Strunz, mitt u freno a mano!
Faccio indietro la macchina, lo metto, ma la macchina scivola sempre in avanti.
– Wabbuo, ja, jammc a fa nu gir.
Finalmente Donato si decide a salire.

Sfrecciamo su una stradina desolata; sulla sinistra un bar-tabacchi arroccato su una pompa di benzina diroccata.
– Questi stanno sempre aperti, pure se con il fatto del virus dovevano chiudere per legge, mi dice Donato
– Eh ci credo. Il padrone è veramente nu c*** i figl i *****.
Arriviamo in uno spiazzo desolato: un grande cancello, inframmezzato da imponenti mura, delimita alcune palazzine popolari.
– Parcheggia qua – fa James.
Parcheggio in prossimità del cancello, accostato sotto al muro di recinzione del palazzo. I ragazzi non riescono ad aprire le porte. Una vecchia all’ultimo piano del palazzo ci sfotte.
– Eh, nun sapit manc fa a manovra? Mo scenn io e v’a facc!
All’ultimo piano c’è una festa clandestina, dove ragazzi irresponsabili, per niente impauriti dal virus, osano godersi i piaceri della vita.
– Beh, allora, che aspettiamo? Faccio io, varcando il cancello. Donato mi strattona per un braccio.
– Aspe’, io nun teng i sord, addo jamm? Io faccio la figura del pezzente davanti a quella gente. M’aggia stipà i sord perché m n aggia i a Svizzer a truva a fatic!

Marco Di Caprio

Janitor of Lunacy [2020]

«Ed io sentii con una punta d’amarezza tosto consolata che mai più le sarei stato vicino. La seguii dunque come un sogno che si ama vano: così eravamo divenuti a un tratto lontani e stranieri dopo lo strepito della festa, davanti al panorama scheletrico del mondo.»

(D. Campana, La notte, Canti orfici)

I

Il nulla, paura del vuoto, horror vacui, orrore e orripilante orogenesi nichilistica del senso di essere qui. Non saprei, ma la nebbia che mi offuscava le tempie continuava a picchiare insistentemente in un ritmo di 4/4, ossessivamente ossequioso a convulsi ossessi in consessi sconclusionati. Lì, in una quella camera mi sembrava tutto così confuso. Vorrei confondere le mie vane sensazioni, eppure sono così vuoto in questo orrore che saprei ben procrastinare queste sconclusionate contorsioni. Liquori e ron de Caldas: alcolici sopori nel tentativo di assopire lo spirito giovanile, che sogna di volare in una bottiglia di psicofarmaci per nascondersi dal mondo. Il fremente spirito dell’alcol si insinua nelle vene, talvolta in compagnia di altri strani liquami chimici, con un ritmo incessante: è la colonna sonora di un incubo che non ha mai fine. 

E tu, Luna, immensa nella tua nudità, ancora miro il crepaccio, che increspa le tue possenti curvature. E tu, Luna, ancora miro il mare della tua tranquillità e del tuo impeto, che assalgono e abbagliano il mio fermo e pulsante desiderio di abbracciarti e rimanere sopito su di te come in una bara. E tu, Luna, dimmi, che fai, o Luna, così silenziosa in cielo?

«Vieni qui, ti insegno a ballare.» 

Mi reggevi e mi tenevi fermo, un, dos, tres y vuelta! Un, dos, tres y vuelta. Speravo che fosse un supplizio destinato a una fine, eppure no, no non voglio morire ancora, non mi tormentare. O Luna, ebbra della mia frenesia, frenesia nel portarmi in un nuovo e inesplorato territorio, dove mi sento estraneo, estraneo al pulsare della mia immagine, che mi conduce verso tremiti e fremiti squassati nella notte; c’è, c’è nel mio estraneo annaspare un vuoto, un vuoto che mi è familiare.

Mi prendi per mano e ci appartiamo; tu ti avvinghi a me, io mi avvinghio a te. A te avvinghio la tua mano nella mia mano. La mia mano sul tuo corpo vellutato, che sto per suggere nel suggellare la mia bocca alla tua: no, non posso spegnere le nostre mille seti che strimpellano mai sopite; no, non posso spegnere le ardenti arsure di questa ossessiva sinfonia. Questa ossessiva sinfonia che ci travolge, come ossessi, tra sparute speculazioni sulla bella e dolente vacuità del nostro essere. Ah, che belli i tuoi occhi, i tuoi occhi, che brillano levigati allo specchio della luna.

«Escucha, ¿vamos en hotel? M., tienes el dinero, guapo?» mi pregunti.

«¿Vamos en hotel?» ripeto.

Un taxi, dov’è un taxi? Ma, cazzo, perché non arriva? Il mio corpo incorpora un sentimento di petrosa ironia, che ossessivamente travolge la levità dei miei frenetici pensieri. Il mio ipotalamo conduce ora l’ipofisi in un campo di ippocampi. Un campo di ippocampi, che in un gioco d’azzardo confondono e mescono i chiarori della mia frenesia. Chiarori e abbaglianti abbagli che abbaiano tra le lacrime che rigano il mio volto e la mia mente: tutte queste lacrime stanno traboccando così tanto che potrebbero svegliarmi dal sogno della mia eterea e momentanea felicità.

Scendiamo, mano nella mano. La mano scende e scivola sul tuo seno e sulle tue curve; le tue curve scivolano sul mio tocco delicato e pregnante, pregno dei tuoi umori. Il taxi ci aspetta in una strada polverosa e buia. Il buio della notte illuminato da lei, dalla Luna. Dimmi, o Luna, che fai silenziosa in ciel? Qual è il senso che tu sola intendi e nell’intenderlo intendi te stessa e il tutto? E’ possibile che sorgi, brilli e indi ti riposi indarno, ignara delle sciagure che mi perseguitano? Luna, dove sei? Sei mano nella mano con me.

«¿Sabes que soy una hija de puta, M.?» mi dicevi.

E’ possibile che sorgi, brilli e indi ti riposi indarno, ignara delle sciagure che mi perseguitano? Luna, dove sei? Mano nella mano siamo quasi una sola carne.

«¿Sabes que soy una hija de puta, M.?» mi ripetevi.

«No es un problema, niña, yo soy tambièn.»

«¿Sabes que odio la gente? In general, yo soy antisocial.»

«¡Que bueno! Es mejor que ser asociales.» 

Asociale o antisociale? Antagonista del sociale, no, ma antecedente del sociale. Tu sei primitiva come il ritmo che mi martella nella mente, un ritmo incessante in 4/4, che nel cuore spezza atri e ventricoli al ritmo di nicotina e catrame. O mia Luna; tu che in mari e in mille increspature multicolori, che suggo nel soave licore del tuo sguardo cinerino; o mia Luna, la tua limpiezza e la tua trasparenza traspaiono in una stridente e velata tranquillità. In quel calle polveroso e nebbioso, che vedo ora? Una nebbia soffocante, che divide e intreccia i nostri sguardi in un gioco psichedelico, pericoloso per me e per te. 

Ecco, ecco, il taxi è già acà. Abbarbicati e avvinghiati sul sedile posteriore, quale albergo, pregunto, quale albergo? L’Imperiale, una suite con vasca idromassaggio? Idrofilo nell’idropisia che mi arde dentro. La mia bocca e la mia lingua intrecciate nel tuo bacio, che impetuoso soffoca il mio tardo e fioco parlare. Non ricordo dove eravamo: la mia immaginazione sbiadisce e recide il suo volto. Una casa coloniale di cultura cafetera, un porticato nel selciato di un posto straniero, selvaggio e primitivo; selvaggio e straniero il tuo occhio semichiuso ed ebbro di baccanali mai sopiti, che da Menade conducevi nella camera dei miei pensieri. Te, o Luna, che lustravi il sentiero dei misteri divini con fermo piede, te sola, che invocavi Ecate triforme; Ecate, che oggi nel suo lunare splendore si contorce e ansima in un ansiogeno torpore, che gravita per lo stupro della bandiera americana, ancora giacente nel suo bel seno; porgimi il tergo, o Menade, e dammi il desio di esprimermi, perché io voglio dire ed elogiare la spenta speranza che spreme il nostro ardito ardore di eterna ribellione. 

«Sì, ¡estamos aqui! Listo, podemos hacer fiesta.» 

Una inserviente ci attende nel patio, accanto a una porta semichiusa, intagliata di legno color ebano: finalmente, le porte della percezione e del mio fine sentir. La camera, quella camera del desiderio, in cui tutti vogliono entrare, quella camera in cui, Madonna, dir vo voglio che il nostro lontano amore sarà fin troppo vicino, tanto vicino da farmi tremare le vene e i polsi. Attaccato alla carne di lei è il degno amante che rispetti la cortesia della sua gentile amata, perché druz ni druda no es per cuda: non si può essere amanti con il pensiero. 

Viva l’amore cortese perché più cortese del mio non esiste. Ora, proprio ora, l’amato rituale cortese attende la dama e il suo cavaliere, tra bottiglie di tequila e di whisky, che franano e planano in un urlo pronto ad avvilupparci in una lieta e sincopata polifonia notturna. Suvvia, entriamo nella camera della mia psiche; che la musica suoni! E la musica suona! Che la cetra vibri le sue dolci melodie! E la cetra vibra. La mia psiche per niente intimorita dall’orchestra invisibile, che ottunde la mia mente e pulsa il suo licore nella mia anima;  un’orchestra invisibile, che acuisce il bel sogno in cui la mia anima è abitata da un demone.

O mia dolce psiche, o miei dolci psichedelici spasmi elettrochimici, che le sinapsi indirizzano verso la corteccia prefrontale, la corteccia che sto per spezzare in rivoli riarsi di sinuosi spasmi, che cercano, chiamano e invocano il vuoto. O amidgala, tu sola, tra stagnanti fracassi, fremi di liberare l’istinto, che trapassa e spegne la gaia scienza della psichiatria. O sapienza degli spiriti magni, che vago errare! Che vaghe speranze! Non più Freud o Lacan ma vedo miserabili maniscalchi, che fracassano le mie tempie della mia prassi poetica, nella speranza di trovare il fantasma che abita il castello, il fantasma che abita la mia mente, il fantasma che freme, per cui fischia, canta, grida e balla nel burlarsi di voi tutti. 

Via, via il vestimento che leggero ricopre il selciato della tua limpidezza. Tu, nella tua immensa nudità, tu petrosa nel pietrificare il mio sguardo, tu getti via tutto, tutto via! E, oh! Finalmente ti scopro e tu ti riveli nella tua immensa nudità, ma non ti sveli del tutto, e rendi me fine amante della tua dottrina sotto il tuo velame. Tu, che in sinuose curve nascondi il fremito del tuo respiro, il respiro che avvinghia, cuoce e stringe la mia persona. Sì, e ora ti vedo meglio: ti vedo ballare nel tuo bellissimo vestito, ti vedo sotto il tuo vestito, ma devo dire che sei la miglior vestita. Io nudo mi avvinghio su di te e sulla tua bocca, in cui riassaporo saliva amarulenta, salvia e menta, ron e whisky. Dove sono? Dove sono le tue belle membra? Ah, ecco il tuo bel ventre depilato con cura, atrio e patio di innumerevoli sogni, che cullano l’alta immaginazione. Ma, davanti a tanta bellezza, all’alta immaginazione qui mancò possa. Non posso favellare, non posso cantare di uno struggimento così bello. O forse sì. Sì, perché la mia frenesia non ha mai fine. 

Finalmente intrecciati, incespicando l’uno sull’altro, premo la mia bocca sui tuoi seni, poi le mie mani delicatamente tastano la levigatezza della tua pelle; e poi ancora più giù, le mie mani delicatamente sfiorano il tuo bel ventre, quella lieve e sottile spaccatura, che spacca il pulsare del mio inguine. Una spaccatura che freme di una nuova gioia, nuova gioia da suggere nell’impeto dei miei spasmi e delle mie contorsioni. Ah, che immensa felicità. La felicità della pistola bollente. La pistola bollente, che spasticamente, in sparuti spiragli di speranza, è sul punto di effluviare della più sentita e dolce speme. La felicità della pistola bollente, sì, sì: ora ti tengo tra le mie braccia, e le mie dita sono sul tuo grilletto. Ora io sono un grillo, che mandrillo manduca la sua ultima frenetica mansione, che avvolge la sua speme di possederti, di penetrare il tuo ego, di penetrare il desiderio e la volontà di essere in te, di essere te, di essere con te, di essere per te e per tre, uno e trino, nelle sinfonie stridenti e acute, che avvolgono la nostra sete in un vortice multicolore. 

Alza le gambe e attendimi tutta ansimante dei tuoi umori, attendimi. Io non tardo, non torno indietro, via, inserisco piano, poi più a fondo, e poi velocemente, su e giù, tracotanti e tracimanti trivellazioni e carotaggi. Trivellazioni e carotaggi, che tritano e trovano triangoli di trapassanti vortici, che prima lievi, poi a impulsi, si spengono e si accendono in un vortice che non ha fine. Un vortice, che fa tremare, pregare, cantare, fischiare e festinare la festa, che in umidi e soavi spasmi fa traballare e ballare il mio fiato. Fuori! Sì, sì, sono ancora attivo, attivo ancora. Ti bacio e affondo la lingua nella tua: parole intrecciate in un vortice, che vacuo vanifica le mie parole; il mio fiato pulsa, intermittente, un intermezzo di preludi, che mietono il mesto e magnifico furore della mia volontà cosciente. Sì, ti giri, e con foga e impeto, oh sì, ¿que pasa, bella? Da dietro, da dietro è tutto ancora più meraviglioso; e ora sì, dentro: entro in un antro di inesplorate caverne, che, tra miti mai sopiti, rivelano foreste. Foreste che baciano un lago di ampie e cristalline vibrazioni attraverso una cascata e un guado. 

Io, immerso nell’annaspare del lago, nuoto, mi dimeno, mi dimeno ancora di più: un flusso che fluisce ininterrotto e mi sommerge nella dopamina, nei tuoi umori, perché più caldi e sfavillanti effluvi non ho mai visto. Noi, bagnati fradici; tu bagnata dei tuoi umori mi chiedi di spingere, di sospingerti a fondo. Io ti sospingo, poi navigo, e risalgo correnti che corrono e correggono il mio sentimento di assopimento e di asservimento al tuo piacere. 

La Luna, la Luna piena sopra di noi, e la nostra camera riluce e risplende di un altro Sole, anzi di due o tre lune. Tu che con soavi voci mi richiami; tu che ti libri in sinfonie che da ben temperate e melodiche si inaspriscono, si avvizziscono, sì, continua, continua a cantare e a urlare. Io urlo e canto e mi contorco in una visione, che ci travolge e ci trascende in ululati urgenti e quanto mai sopiti. Sì, prendimi, ¿te gusta mi coño? Tu mi dicevi follame, io pensavo follame, e tra fogliami e fulgenti folgori io arresto il mio nuotare e annaspare, suggo la mela che matura offri dischiusa dal tuo ventre; me la offri come un trofeo, un trofeo che suggo e lecco per assaporare i tuoi umori, sempre più, sempre più insistenti. Una mela? O forse era papaya? 

Ora la caverna del tuo desiderio rivela un altro crepaccio, più stretto, che chiede nuovi e riarsi fendenti nel sussultare della nostra frenesia. E ora, due sinuose insenature, due sinuose insenature rivelano l’ingresso dell’altro antro. Quell’antro che nella sua metamorfosi sbiadisce e svela, in un vortice, i seni, le insenature e i golfi dei miei sogni. Laddove nessuno entra, laddove si inunghia il mio desiderio e non si svelle, laddove non il mio desiderio non si divelte, e sì; ora lì c’è un platano maturo, tutto per te da cogliere e da suggere. Lì nell’affondare e nell’annaspare come un peso, che cade come corpo morto cade, cado e riemergo; e poi, ancora, un moto che annaspa e coglie i battiti delle tue ali, che mi trasportano a vedere quel raggio di luna, quel raggio di luna che traspare nei più bui fondali e fondamenti del mio essere. 

Tu che dici? Ti piace il mio culo? Sì il culo che arde e riarde come un totem, che mi impietrisce e mi introisce nel tuo profondo desio, che avvolge tutti gli elementi del creato: dolore e piacere, alto e basso, chiaro e scuro; tutto in una mescla multicolore, che mi ottunde e mi spezza il fiato. E ora io, nel tentativo di riemergere dalla mia frenesia, gonfio, gonfio, nei polmoni e nell’inguine, sprazzi di speme, che ottundono la mia vacillante fede. Sparuti e spastici fendenti. Fendenti, che sono come rugiada che avvizzisce sulle foglie. Proprio quelle foglie che bruciano d’inverno su alberi raggrinziti dalla neve. 

Sì, eccomi, riemergo: io sotto, tu ti volti e ora sei sopra di me. E sì, ancora, ancora mi chiedi di darti amore, vuoi amore, vuoi tanto amore, Whole lotta love. Una via dentro, ancora, vuoi amore, amore che muove il sole e l’altre stelle, amore e il sesso gentile sono una cosa. Alla tua sensualità rempaira sempre amore. Amore che condusse noi a solleticare le corde di sottili e vibranti impulsi elettromagnetici, che si librano nella mia sottile malinconia. E ancora, ancora sprazzi, ancora sparuti schiamazzi, sì, ancora fischi, canti, grida e cinguettii, sì, e ancora fendenti feromoni, che feriscono teste e testicoli. E sì, proprio quei testicoli che, come testimoni d’amore, intessono intrecciati e avviluppanti controcanti in un contrappunto che cresce, che si increspa. Epididimo che libera la speme e la corsa verso una nuova vita, una vita tutta da suggere, una vita che unisce il cuore e il corpo, corpo e cuore, che non vanno scissi. La scissione dal nostro io si inerpica e ci inebetisce in spasmi alti, contralti e soprani, che intessono la polifonia del nostro desiderio. Eh sì, il nostro desiderio è sesquipedale, ossessivamente ossequioso, tracotante, tracimante: un tremebondo bubbolio. 

Asperrima aspide della mia notte, ah, siamo tra abbacinanti abbecedari; abbindolati e abbarbicati e rivolti su noi stessi. Asperrima aspide della mia notte, noi siamo ora sensuali sensi che, senza averne sentore, sentono il senso della sensualità, la sensualità del senso, sesso, ossesso, senso del senso, sensucht, ah! E libro: fuori il libro dei miei umori. Tutto, tutto suggi e suggelli con la bocca, che trabocca della speme delle mie parole. Una pioggia di parole che ci avvolgono e ci avvinghiano nella speranza che questo nostro istante possa durare in eterno. Un istante così duraturo e così frenetico, che pulsa a intermittenza, che pulsa sempre di più. Un istante che sale e mesce i chiariori della nostra natura. Un istante così eterno tale da poterci svegliare in ogni momento da questo sogno etereo. E fu così che liberai in mille sprazzi e in mille rivoli tutta la speme, tutta la nebbia che ottemperava le mie tempie, ardenti in un tempio, che parla parole nuove, simboli nuovi che non riesco ancora a decifrare. Mille sprazzi che il desiderio di te non riesce ancora a sopire. 

Ah, insieme abbracciati in una culla ancestrale, tra cascate e gentili effluvi di whisky e ron. Ah, insieme abbracciati e assopiti in una culla così gentile; una culla in cui cerco i tuoi seni per non staccarmi mai più; una culla in cui un lieve e sibilante sibilio mi avvolge in un profondo stato di quiescenza; uno stato di quiescenza, che è pace, la vera pace. E io mi stendo su di te per suggere una vita migliore, proprio come dentro una bara. Pochi attimi nell’illusione cosciente di essere eterni. Eterni attimi nella camera di un’illusione, come favole e leggende antiche così lontane, che si mischiano e si mescolano come neve che si dissigilla al sole: ora di lei non rimane che un solo lontano ricordo. Sì, un fu un giorno infelice, il più felice della mia vita.

II

Abbarbicati e avvinghiati nell’alcol e nel sudiciume di quella stanza d’albergo, sono nel letto con te che mi tieni la mano, come una fidanzata o piuttosto una mentore. I tuoi occhi socchiusi e il tuo odore cristallino annunciano che la luna è già tramontata. Faccio per alzarmi, ma un peso mi sospinge e mi fa affondare ancora nel letto.

«Luna, ¿estás despierta?»

I tuoi ronzii tramortiscono la mia mente, che con una nenia sommessa per un po’ acquietano il lago del cuore, ancora avvolto nell’alcol e nei liquami della sera precedente. Mi levo per mirare meglio il tuo viso e faccio per accarezzarti, ma stamattina mi sembri diversa: uno strano animale che si contorce per cercare l’ultimo raggio di luna dell’aurora. 

Il tuo viso, avvolto nel pallore, dai bei capelli neri e lunghi, i tuoi occhi scuri semichiusi ma ancora sonnecchianti. Le tue labbra, che in una stretta mordono il piercing sulla tua lingua: un monito che mi dice di allontanarmi. Ti osservo, e osservo le ultime forze che ho prosciugato con te. Il tuo corpo levigato e le tue gambe ricoperte da un tatuaggio strano che non ricordavo. Una foglia lunga che giunge, con i tuoi capelli, fino all’antro della tua foresta. L’antro di quella foresta, che come primitiva ti vede danzare all’ombra di un ruscello, rigoglioso e ridente di fantasie e di baccanali, che con il rullio del nostro desiderio abbiamo invocato nella vita della nostra breve notte. E ora, più giù, sfioro il tuo ventre con la mano, la tua fica che a lungo desiderata mi accoglie come cuscino e dà riposo al guerriero sfiancato dalla lunga battaglia. Uno scudo, vorrei effigiare il mio scudo della tua immagine, io che ti porto in battaglia così come tu mi porti a letto.

«¿Te gusta mi coño?» con un mormorio quasi sommesso.

«¿Estás despierta, niña?»

«Mas o menos.»

E ora fai per accarezzarmi i capelli languidamente, mentre io osservo i tuoi occhi ancora gonfi dal sonno. La tivù, un grosso quadro piatto attaccato sul muro davanti al nostro letto, era accesa e mandava immagini di un film porno. Un enorme e palestrato nero, che accoglie sul suo inguine una giovanissima e sinuosa bionda.

«¿Te gustan los pornos?» mi chiedi, mentre sbadigli come una tigre che è intenta a trovare il suo angolino per ronfare.

«Mas o menos» ti rispondo perplesso. 

«Me gusta mirarlos, especialmente por la masturbaciòn» mi dici.

«Listo.»

«M., soy un poquito ebra. ¿Quieres fumar? Tengo yerba en la bolsa.»

Ti levi di scatto, mi sfiori la punta del naso e fai per alzarti, ma la tua borsa è a terra, ai piedi del letto. 

«No te preocupes, yo la cojo» fremo io in un impeto.

Una borsa con pochi effetti personali: un quaderno, qualche spicciolo e un cofanetto. Stavo cercando il tuo cellulare, ma non lo trovavo.

«No, tranquilo, no tengo el móvil. No me gustaYo soy un poquito anticuada.» 

Mi strappi dalle mani il cofanetto e lo apri: la marìa era in abbondante quantità, e forse la stavi ancora per tritare poco prima che mi agguantasti alla festa.

«¿Que drogas te gustan?» mi dici, intenta a tritare, sminuzzare e rarefare il tuo desiderio, fisso e intento nella voglia di gustare il tuo paradiso, la bellezza di una promessa di felicità.

«No, me gusta solo el tabaco. La nicotina es mi novia.»

«Sai, M., è stato bello ieri sera, ma ero un po’ ubriaca e non sapevo che facevo.»

«L’alcol è la conseguenza, non la causa di ciò che abbiamo fatto.»

«Seriamente, non lo so, se è malinconia o qualcos’altro, ma non so. A volte guardo la natura in fiore e mi viene indivia, invidia della gioia di quelle piante, della loro libertà, che quasi il cuore mi si fonde.»

«A me non piace la natura, o meglio alla natura non piaccio. Ma, in realtà, ancora devo capire che cos’è la natura.»

«Eres muy loco. Listo: yo elegì el hombre mejor por esta noche.»

«Somos todos locos, y no sabemos de ser así. Luna, quieres que te conduzco a casa? Puede ser que algún està esperandote.»

«In verità no, proprio nessuno. Vivo da sola da quando ho 14 anni; cioè da ragazzina sono scappata di casa, poi i servizi sociali mi hanno messo in una casa famiglia. Vivo da sola da quando avevo 18 anni. E tu, tu hai qualcuno che ti aspetta a casa?»

«No, non lo so, non penso che qualcuno mi aspetta.»

Voglio chiederti qualcosa in più sul tuo passato ma non ne ho il coraggio. Ora mi chiedi di passarti la borsa; è nella borsa che aspetto di trovare un qualche maggiore indizio, un indizio che mi sveli la tua natura, che in una rivelazione passeggera mi accresca l’arsura di sapere, sperando che qualcosa da sapere ci sia.

«Posso farti una domanda. Sei stata bene stanotte con me?»

«Uuh, ti piace fare domande, domande, sempre domande. No, non te lo dirò come sono stata. Sono una hija de puta, te dije. Sai perché siamo finiti a letto insieme? Sai, è perché ti ho conosciuto stasera.»

«E’ l’unico motivo questo?»

«Sì. Io odio la gente. Davvero, la gente non mi piace, non mi piace la gente perché, perché sappiamo distruggere tutto ciò che dovremmo amare. Amare la gente è come amare la carestia o la pestilenza.»

«Anche l’umanità è natura, o almeno è questo quello che penso. La natura dei miei sensi, però, mi dice che non ho più certezze in tutti i sensi.»

«Tu che sei così perspicace, nella perspicacia delle tue belle parole sapresti trovare un nome per il senso di vuoto che provo ora?»

«No, però ti dico che le tue parole mi sono familiari, così familiari che mi sembra di parlare a uno specchio che molto mi piace.»

Intanto ti passo la borsa e tu prendi alcune cartine per arrotolare l’erba, e io ti fisso, ma mi sembra di fissare un’ombra, che in sonore e ossessive pulsazioni metalliche compone una nenia che potrebbe non finire mai.

Ma dimmi, dunque dimmi se il paesaggio lunare che ci ha avvolti in un lastricato, in un selciato di silicio che non ha mai fine… non so, ma forse c’è, c’è una forza di gravità misteriosa, che attrae il nostro vaniloquio a noi; una forza di gravità misteriosa, che fa attrito e attutisce i nostri passi tra basalti e selciati di un sentiero perduto. Il sentiero perduto dei nostri sogni spezzati. Non lo so. Perso nel nostro vaniloquio mi sembra, ma non so, di parlare con me stesso invano, cantando e squarciando le mie urla contro un vetro, che riflette un lontano ricordo di quello che in passato ero, un altro uomo in parte da quello che sono ora. Un uomo, che rinnegava mondi fantastici e inesplorati e, chiuso in un mutismo senza fine, non aveva più sogni, non aveva più speranze, ma solamente la speranza di continuare a cantare e a squarciare in mille frantumi lo specchio, per scavare, per raspare, per essere sommerso dall’indifferenza di chi non si cura, ma guarda e passa.

Ora, Luna, parlami e dimmi se per qualcuno la tua voce ha ancora una qualche importanza? Parlami ora, Luna, che, tra i tuoi mari e i tuoi monti, accoglievi nel tuo seno omuncoli che fingevano di capire la tua vera natura. Tu, tu sola intendi te stessa e nel tuo stesso intendere e da te stessa intesa e intendendoti ami e sorridi, contorcendoti e avvilluppando te stessa in gioia, pianto, dolore e ironia, tutto insieme. Ora, o Luna, si levano arcobaleni da arcobaleni, e si confondono e si contorcono nel rimpiangere i nostri bei sogni; i nostri bei sogni di una vita tutta da suggere e da adorare fino alla fine dei nostri giorni. Suvvia, luna, parlami di nuovo.

«M., non fraintendere. Io non fraintendo quello che mi dici, ma tu non puoi rimanere nel fraintendimento delle mie parole».

«Ti ascolto.»

Tu intanto rolli minuziosamente la tua canna, e attenta come un alligatore nel canneto, intento a scrutare e a mirare, lavori incessantemente e mai trovi riposo.

«Insomma, M., la sensazione che ti dicevo, il mio senso di vuoto, è proprio questo che mi ha spinto verso di te. E’ come quando cammini senza meta, una nebbia che ti attempa le tempie, e non sai dove andare perché non hai una meta. E’ come quando tutti i giorni sono uguali, ma stai aspettando incessante che tutto cambi, che tutto possa farti di nuovo emozionare. Sì, M., io sto aspettando che il caos continui a generare entropia, perché solo entropia conosco e solo caos. Un nuovo viaggio, un nuovo viaggio attendo, e attendo, ma il vagare non mi porta a nulla, solamente a farmi capire che sono arrivata da qualche parte, ma non qui, non qui dove calpesto la terra. Persone come noi, M. – sono sicura che tu sei così – persone come noi sono destinate a non avere una meta, a non avere verità e certezze, e sono destinate a una lunga notte insonne che sembra non avere mai fine.»

«A non avere mai fine» ripeto.

«Per questo, M., inutile rattristarci, che cosa ci importa alla fine? Non importa quanto la notte sia insonne, quanto l’entropia e il caos attempino le nostre tempie nel nostro vagare. Non importa se ci sarà qualcuno ad aspettarci a casa, perché alla fine siamo sistemi chiusi, autoreferenziali, in cui si reifica la nostra incomunicabilità. Il nostro fine sentire e il nostro fine soffrire sono alieni a tutti gli altri, e gli altri non potranno mai farci sentire diversamente. Non importa se nessuno ci capirà, se nessuno rimarrà a guardarci mentre raspiamo il fondo e ancora, sempre più, sospinti a fondo da questo male oscuro che non ha nome.»

«Non riesco ad accettare che nessuno possa guardarci, aiutarci e tenderci una mano. Quando viaggio senza meta, il mio sogno è di trovare una casa, una camera, uno spazio dove qualcuno mi sta amando. Quando viaggio, mi piace pensare che qualcuno mi stia aspettando, che qualcuno stia vivendo i miei pensieri e le mie emozioni, qualcuno che mi veda affondare e voglia accogliermi tra le sue braccia, per non lasciarmi mai più.»

«Quel qualcuno non esiste, esiste solamente nella camera dei tuoi pensieri. Accetta, accetta la sofferenza e accetta di continuare a vagare senza meta, fin quando il viaggio non sarà troppo doloroso e non ti sfiancherà tanto da stremarti definitivamente. Io non mi aspetto nulla dalla gente, e dalla gente mi rifugio e mi alieno, perché la mia alienazione è il mio solo rifugio dal male del mondo. E lascia perdere se nessuno vorrà ascoltarti: ascolta te stesso e continua per la tua strada, perché ben presto sento che non ne avremo altre da percorrere.»

Le tue parole sono spezzate da una tosse, prima lieve, poi intermittente nell’intermittenza della perdizione di un vano parlare. Le tue parole sono spezzate dal fioco sguardo che dalla periferia dei tuoi occhi mi rivolgi. Ora tu sei intenta a cercare un accendino nella borsa, poi finalmente accendi la canna, arsura dei tuoi polmoni e conforto del tuo annebbiamento, tra sinapsi che muovono la tua corteccia percossa e inaridita, pronta a liberare serotonina nel magma delle tue fluenti, spezzate e singhiozzanti elucubrazioni. Finalmente fumi, e nel fumare liberi la repressione della tua figura, percossa e immersa nella palude. Una palude, che ci divide da un canneto irsuto e riarso, dal quale flebili parole parlano un nuovo lamento, che si rinnova nel nostro desiderio del vuoto.

«Sai, M., quando ero piccola sognavo un mondo più bello, più limpido e più pulito, un mondo circondato da amici, un mondo in cui avere più amici fosse più facile. Ma poi ora mi rendo conto che era un’illusione. Quando ero piccola sognavo di scappare di casa, librarmi oltre le cancellate del carcere per essere libera, libera di volare con le mie ali, che, seppure spezzate, erano tanto ansiose di cercare e di guardare verso l’alto. Ma ora, ora ho capito che quella libertà non esiste. Ho capito che oltre quei cancelli c’era il nulla, il cupo vuoto, ma non importa. Sono ancora qui, e rido, rido a crepapelle, perché non me ne importa nulla più del mio male oscuro. Ormai credo di averlo somatizzato tanto che è parte di me.»

«Non avevi una famiglia? Insomma, non sei scappata di casa senza rimpianti?»

«No, non so chi fosse mio padre, non l’ho mai saputo e non me ne fotte. Mia madre beveva e mi picchiava, e forse chissà in quale cimitero è sepolta, chiusa e ricoperta dai fuochi fatui della sua tequila, che forse ancora la ardono e le ravvivano lo spirito. No, non ho rimpianti. Chissà, forse se avessi avuto una famiglia normale, sarei normale anch’io, ma non mi interessa la normalità. La normalità mi rattrista e mi spegne. O forse non sarei stata lo stesso normale, perché la mia mente vaga e girovaga, mescolando immagini, colori e profumi in una nebbia che sale e corrompe tutto ciò che incontra. No, non mi interessa la normalità.»

«Neanche a me interessa, però ti dico, sono davvero colpito dalle tue parole, così tanto che mi piace troppo ascoltarti. Penso che rimarrei una vita intera ad ascoltarti, nella vana speranza che tu mi faccia sazio della tua esperienza. Sì, una esperienza che ammiro. Io miro nel tuo dolore la speranza nel rinnovamento di una nuova vita.»

«L’illusione, forse solamente l’illusione ci rimane per temperare la nostra vita dalla morte di chi ascoltiamo. Ma, M., non credo che ci rivedremo più dopo questa notte di increspate follie, di furori e di vortici, che ci immergono nella confusione della frenesia della loro immagine. M., è stato tutto un sogno, e voglio che come un sogno tu lo ricordi. Non credo che ci rivedremo più.»

«Perché dici questo? Non siamo mica morti? Possiamo ancora vederci, e possiamo uscire domani. Ti invito per un caffè.»

«No, M., non voglio che tu fraintenda. Sei molto carino, ma persone come te possono essere pericolose, pericolose perché tu, tu potresti dare voce alle rocce di gridi che sono avvolte nella mia gola. Ma, caro M., non posso.»

«Invece puoi, io credo che parlare ti farebbe bene e farebbe bene a me ascoltare.»

Io faccio per abbracciarla, ma lei si divincola nettamente, come una Menade che, scoperta nel segreto delle magie che procrastinano la sua notte, lancia un monito a chi non è degno del suo segreto.

«No, M., io sono in cerca di uomini che non mi facciano pensare, di uomini che siano solo strumento per un piacere voluttuoso e passeggero, che dura l’istante di un fulmine su un mare impetuoso e mai sopito. M., io sono per gli uomini che mi definiscono una poco di buono, per lenoni in cerca di brevi avventure senza domande, per grossolani che mi conoscono per il nome di puttana. No, non posso parlare con te perché non amo rivelare il mio segreto, non amo chi può rivelare il dolore e trasformarlo in una tempesta di rose che coprono il mio abisso. Caro M., non credo che ci rivedremo mai più, ma ricorda la mia parola e fanne tesoro.»

III

Perché mi sento più solo? Perché sto seduto al tavolo di questo bar nella notte a fumare una sigaretta dopo l’altra? Stanotte il fumo del mio tabacco mi attempa le tempie più di altre volte. Il fumo attempa la mia mente senza vasopressina, senza dopamina, senza inibitori della ricaptazione della serotonina. Senza di te, serotonina, che vita è a me? Sto guardando la luna da questo portico, ma la luna è coperta da un grattacielo, che con i suoi sudici vetri copre la visione di un’amica, un’amica che mi pare familiare, che mi pare intendere e nel suo intendimento mi parla con parole sommesse, geroglifici che ancora che non so decifrare. Molto tempo fa, molto tempo fa, non so, ma qualcuno mi ha parlato toccando il suo corpo perfetto con la mia mente; la Luna mi ha invitato a viaggiare con lei, a viaggiare cieco con lei, e so che posso fidarmi di te, mia cara Luna, perché tocchi il tuo corpo perfetto con la mia mente. 

Un giornale, un foglio sbiadito sotto il mio bicchiere, una foto, una giovane dai lunghi capelli neri, con il viso assorto verso il mare, il mare che l’ha invitata a vivere per sempre, a viaggiare con lui ciecamente, perché sa che toccherà quel corpo perfetto con la sua mente. O Luna, tu che mi prendi per mano e mi porti al tuo ruscello; O luna, tu che mi porti al tuo posto, dove possiamo sentire l’acqua scorrere e fluire incessantemente nella sua vitalità. La vitalità dell’acqua, che rinnova immagini e suoni di un altro mondo, di un altro pianeta, di altri noi, purificati e leggeri in una natura, che avvolge i nostri corpi con la sua mente perfetta. O mia Luna, trascorro ancora una volta la notte con te, la notte con te a mirarti e a guardarti per l’ultima volta, per dirti che non ho abbastanza amore da darti. Posso solo ascoltare il ruscello della vita, che ti parla, che ti parla, che ti accarezza, per avvolgere i nostri corpi nella sua mente perfetta.

«Sì, ha visto che bella ragazza?» Mi fa il barista, mentre mi porta del whisky.

«Ma che è successo?»

«Si è gettata dal quarantesimo piano del grattacielo più alto, in piena notte. Che spreco, che bella chica, che orrore.»

Che insania, che orrore, un’insania che mi è quasi familiare, direi. Ma non provavo nulla, nulla. Provavo quel senso di vuoto, perché sapevo che eri morta con me quella notte: eravamo morti insieme, nel mirare la vita che non si curava di noi, ma guardava e passava.